Affissa al numero 21 di piazza Indipendenza, una targa di plastica bianca e rossa con la scritta "Firenze Libera - S.p.A." accolse il giorno dopo la denuncia i giornalisti delle maggiori testate nazionali. Al secondo piano, in un ufficio adibito a sede della neonata televisione, presidente e collaboratori si mostrarono da subito fiduciosi di avere la legge dalla loro parte.
Federici spiegò in una conferenza stampa e in un successivo comunicato che la sentenza della Corte Costituzionale del luglio precedente aveva legittimato la trasmissione via etere di emittenti private, avendo abolito gli articoli 1 (conferimento allo Stato del monopolio radio-tv), 183 (necessità di una concessione per effettuare radiotrasmissioni) e 195 (sanzioni penali per la violazione degli altri due articoli) del codice postale, e che quindi Firenze Libera non si sarebbe lasciata imbavagliare dal ministero. "Ci fermeremo solo davanti all'autorità giudiziaria. Ma quale magistrato potrà dare torto a noi e ragione a Togni?".
Inoltre veniva sottolineato che le frequenze utilizzate fino ad allora non avevano provocato in alcun modo interferenze con servizi di pubblico interesse. In ogni caso in futuro sarebbero state utilizzate, come già era successo 24 ore prima, frequenze comprese in quelle assegnate alla tv italiana dalla conferenza di Stoccolma che permettevano, per la sola città di Firenze, di disporre di ben 36 canali liberi.
Si riteneva in sostanza che la denuncia avesse il compito di "intimorire i pavidi" piuttosto che ottenere risultati dal punto di vista legale. E come per dimostrare che quello del Ministro Togni fosse un tentativo destinato al fallimento si continuò a parlare dei programmi futuri della rete.
Era in progetto un terzo numero unico da trasmettere prima del 3 ottobre, data prevista di inizio delle trasmissioni regolari. Si sarebbe trattato di una denuncia "dei mali della città": dalla mancanza d'acqua alle lotte politiche agli scandali urbanistici. Un servizio avrebbe riguardato i privilegi di cui godevano i "potenti dello Stato", da telefono e affitto gratuiti all'utilizzo di auto pubbliche per accompagnare moglie e figli. Venne inoltre detto con soddisfazione che dopo le prime due trasmissioni molti in città avevano chiamato l'antennista per predisporre il televisore alla ricezione del loro canale, segno che l'accoglienza della popolazione era stata più che positiva, come del resto dimostravano le numerose telefonate di sostegno che da ore ininterrottamente arrivavano in sede.
Anche dal punto di vista economico le cose andavano bene. La spesa fino a quel momento era stata inferiore ai 10 milioni di lire, grazie alla collaborazione a titolo praticamente gratuito del personale il cui costo era limitato a qualche rimborso spese e all'affitto delle apparecchiature.
Le reazioni ufficiali del mondo politico furono poca cosa. Probabilmente l'incertezza legislativa e la non ben definita collocazione della rete (si andava dal socialista Vuturo alle posizioni di destra di altri giornalisti) fecero preferire una certa prudenza a dichiarazioni impegnative. Di fatto l'unica voce sfavorevole fu quella di Alessio Pasquini, segretario regionale del Pci, che auspicava un intervento pubblico regionale nel settore, mentre solidarietà venne manifestata da liberali e radicali.
Più di un esperto invece si pronunciò in favore dell'iniziativa.
Paolo Barile, docente di diritto costituzionale all'università di Firenze, affermò che la mancanza in quel momento di sanzioni penali per i privati che violavano il monopolio rendeva priva di senso la denuncia del Ministero.
Di Giovanni Conso, futuro presidente della Corte Costituzionale, venne pubblicato un intervento particolarmente importante su la Stampa del 27 settembre dove il giurista riassunse in maniera semplice ed esaustiva la situazione che si era venuta a creare. In breve, la più volte ricordata sentenza n. 225 aveva letteralmente amputato il codice postale del 1936 e il successivo codice del 1973 (decreto Gioia), con il risultato di sospendere il monopolio statale in materia radiotelevisiva. Il monopolio in realtà veniva riconosciuto non solo valido in linea di principio ma addirittura necessario dal punto di vista tecnico in quanto la Corte, fedele alla linea adottata sin dal 1960, riteneva che il numero limitato di bande di frequenza disponibili in Italia non avrebbe permesso lo sviluppo di una adeguata concorrenza, col rischio di dare vita a un monopolio privato.
In attesa di un chiarimento tecnico definitivo della questione era necessario che entro il 30 novembre fosse portata a compimento la riforma della RAI-TV, sia per la scadenza in quella data della convenzione tra RAI e Stato, sia per adeguare la legislazione alla sentenza che imponeva il rispetto di sette condizioni fondamentali. Solo a quel punto si sarebbero potute ripristinare legittimità e tutela attraverso le norme penali del monopolio pubblico. Ma fino ad allora chiunque avrebbe potuto trasmettere via etere senza rischiare conseguenze.
A complicare ulteriormente la situazione, il 26 settembre Federici e Vuturo in qualità di presidente e amministratore delegato di Firenze Libera querelarono il ministro Togni per una dichiarazione da questi rilasciata dopo la trasmissione del 19: "Avrei potuto farli arrestare, ma non ho voluto". La frase venne interpretata come una minaccia atta a scoraggiare la continuazione dell'attività della rete, si ipotizzava inoltre il reato di abuso d'ufficio dal momento che il potere di ordinare un arresto non era competenza del Ministero delle poste. Ma la denuncia andava anche oltre. Si faceva notare che se nel comportamento di Togni fossero state ravvisate ipotesi di reato "sarebbe opportuno che in sede istruttoria debbono essere assunti i mezzi consentiti atti a comprovare se lo stesso onorevole Togni è soggetto punibile ai sensi e per gli effetti degli articoli 88 e 89 del Codice penale". Articoli che, per la cronaca, contemplavano anche il vizio totale o parziale di mente. Successivamente Togni in una conferenza stampa precisò che la sua dichiarazione era riferita all'arresto delle trasmissioni e non dei responsabili della rete.
Bibliografia:
1 - Corriere della sera n. 220 del 21-9-1974: La battaglia fra Togni e il "libero video" di Firenze di Fabio Felicetti
2 - Corriere della sera n. 225 del 27 settembre 1974: "Firenze libera" querela Togni
3 - Il Messaggero n. 239 del 21-9-1974: La Tv "Firenze Libera" replica: vogliono soltanto intimidirci
4 - La Stampa n. 217 del 27 settembre 1974: Temuta sfida alla "vera" tv
5 - Panorama n. 441 del 3-10-1974: All'ultimo video di Franco Vaselli
Federici spiegò in una conferenza stampa e in un successivo comunicato che la sentenza della Corte Costituzionale del luglio precedente aveva legittimato la trasmissione via etere di emittenti private, avendo abolito gli articoli 1 (conferimento allo Stato del monopolio radio-tv), 183 (necessità di una concessione per effettuare radiotrasmissioni) e 195 (sanzioni penali per la violazione degli altri due articoli) del codice postale, e che quindi Firenze Libera non si sarebbe lasciata imbavagliare dal ministero. "Ci fermeremo solo davanti all'autorità giudiziaria. Ma quale magistrato potrà dare torto a noi e ragione a Togni?".
Inoltre veniva sottolineato che le frequenze utilizzate fino ad allora non avevano provocato in alcun modo interferenze con servizi di pubblico interesse. In ogni caso in futuro sarebbero state utilizzate, come già era successo 24 ore prima, frequenze comprese in quelle assegnate alla tv italiana dalla conferenza di Stoccolma che permettevano, per la sola città di Firenze, di disporre di ben 36 canali liberi.
Si riteneva in sostanza che la denuncia avesse il compito di "intimorire i pavidi" piuttosto che ottenere risultati dal punto di vista legale. E come per dimostrare che quello del Ministro Togni fosse un tentativo destinato al fallimento si continuò a parlare dei programmi futuri della rete.
Era in progetto un terzo numero unico da trasmettere prima del 3 ottobre, data prevista di inizio delle trasmissioni regolari. Si sarebbe trattato di una denuncia "dei mali della città": dalla mancanza d'acqua alle lotte politiche agli scandali urbanistici. Un servizio avrebbe riguardato i privilegi di cui godevano i "potenti dello Stato", da telefono e affitto gratuiti all'utilizzo di auto pubbliche per accompagnare moglie e figli. Venne inoltre detto con soddisfazione che dopo le prime due trasmissioni molti in città avevano chiamato l'antennista per predisporre il televisore alla ricezione del loro canale, segno che l'accoglienza della popolazione era stata più che positiva, come del resto dimostravano le numerose telefonate di sostegno che da ore ininterrottamente arrivavano in sede.
Anche dal punto di vista economico le cose andavano bene. La spesa fino a quel momento era stata inferiore ai 10 milioni di lire, grazie alla collaborazione a titolo praticamente gratuito del personale il cui costo era limitato a qualche rimborso spese e all'affitto delle apparecchiature.
Le reazioni ufficiali del mondo politico furono poca cosa. Probabilmente l'incertezza legislativa e la non ben definita collocazione della rete (si andava dal socialista Vuturo alle posizioni di destra di altri giornalisti) fecero preferire una certa prudenza a dichiarazioni impegnative. Di fatto l'unica voce sfavorevole fu quella di Alessio Pasquini, segretario regionale del Pci, che auspicava un intervento pubblico regionale nel settore, mentre solidarietà venne manifestata da liberali e radicali.
Più di un esperto invece si pronunciò in favore dell'iniziativa.
Paolo Barile, docente di diritto costituzionale all'università di Firenze, affermò che la mancanza in quel momento di sanzioni penali per i privati che violavano il monopolio rendeva priva di senso la denuncia del Ministero.
Di Giovanni Conso, futuro presidente della Corte Costituzionale, venne pubblicato un intervento particolarmente importante su la Stampa del 27 settembre dove il giurista riassunse in maniera semplice ed esaustiva la situazione che si era venuta a creare. In breve, la più volte ricordata sentenza n. 225 aveva letteralmente amputato il codice postale del 1936 e il successivo codice del 1973 (decreto Gioia), con il risultato di sospendere il monopolio statale in materia radiotelevisiva. Il monopolio in realtà veniva riconosciuto non solo valido in linea di principio ma addirittura necessario dal punto di vista tecnico in quanto la Corte, fedele alla linea adottata sin dal 1960, riteneva che il numero limitato di bande di frequenza disponibili in Italia non avrebbe permesso lo sviluppo di una adeguata concorrenza, col rischio di dare vita a un monopolio privato.
In attesa di un chiarimento tecnico definitivo della questione era necessario che entro il 30 novembre fosse portata a compimento la riforma della RAI-TV, sia per la scadenza in quella data della convenzione tra RAI e Stato, sia per adeguare la legislazione alla sentenza che imponeva il rispetto di sette condizioni fondamentali. Solo a quel punto si sarebbero potute ripristinare legittimità e tutela attraverso le norme penali del monopolio pubblico. Ma fino ad allora chiunque avrebbe potuto trasmettere via etere senza rischiare conseguenze.
A complicare ulteriormente la situazione, il 26 settembre Federici e Vuturo in qualità di presidente e amministratore delegato di Firenze Libera querelarono il ministro Togni per una dichiarazione da questi rilasciata dopo la trasmissione del 19: "Avrei potuto farli arrestare, ma non ho voluto". La frase venne interpretata come una minaccia atta a scoraggiare la continuazione dell'attività della rete, si ipotizzava inoltre il reato di abuso d'ufficio dal momento che il potere di ordinare un arresto non era competenza del Ministero delle poste. Ma la denuncia andava anche oltre. Si faceva notare che se nel comportamento di Togni fossero state ravvisate ipotesi di reato "sarebbe opportuno che in sede istruttoria debbono essere assunti i mezzi consentiti atti a comprovare se lo stesso onorevole Togni è soggetto punibile ai sensi e per gli effetti degli articoli 88 e 89 del Codice penale". Articoli che, per la cronaca, contemplavano anche il vizio totale o parziale di mente. Successivamente Togni in una conferenza stampa precisò che la sua dichiarazione era riferita all'arresto delle trasmissioni e non dei responsabili della rete.
Bibliografia:
1 - Corriere della sera n. 220 del 21-9-1974: La battaglia fra Togni e il "libero video" di Firenze di Fabio Felicetti
2 - Corriere della sera n. 225 del 27 settembre 1974: "Firenze libera" querela Togni
3 - Il Messaggero n. 239 del 21-9-1974: La Tv "Firenze Libera" replica: vogliono soltanto intimidirci
4 - La Stampa n. 217 del 27 settembre 1974: Temuta sfida alla "vera" tv
5 - Panorama n. 441 del 3-10-1974: All'ultimo video di Franco Vaselli
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Mauro Montagni con la telecamera Magneti Marelli utilizzata per la prima trasmissione di Firenze Libera. Immagine presa dal programma "Casablanca - Storia delle radio e tv private fiorentine" trasmesso da Canale 10 nel 1995, in cui venne rievocata la storia della rete.
